(Annibale Carracci, Cristo e la Samaritana al pozzo, Pinacoteca di Brera, Milano, 1594)

Domenica 8 marzo 2026

III DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A

Commento al Vangelo della domenica

Gv 4, 5-42

Il nostro cammino di Quaresima oggi ha una tappa speciale, il pozzo di Giacobbe tra Giudea e Samaria. La scena di un corteggiamento ricchissimo di messaggi e significati per la nostra vita, vissuta sullo sfondo di sorella acqua. In fondo, quella samaritana che all’apparenza è una donna allegra che ha avuto ben cinque mariti e non è contenta del sesto, in realtà rappresenta la nostra sete, il desiderio di pienezza che è presente nel cuore di ciascuno di noi.

L’espressione “In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa” tralascia la premessa presente nel vangelo di Giovanni, secondo cui si dice che “Bisognava che passasse dalla Samaria”. Un bisogno che non è dato da motivi geografici o di percorso più breve, ma inteso nel senso della salvezza. In questo luogo “c’era un pozzo di Giacobbe”, un elemento che rappresenta, nei percorsi che solcano il deserto, un centro di vita: intorno al pozzo si sviluppavano le città, la vita quotidiana, gli incontri, i litigi; intorno al pozzo nascevano amori e famiglie. Ciò accade anche con i patriarchi, in questo luogo, Sichem con la quercia di Mamre, legato alla storia di Abramo, intorno a un pozzo Giacobbe corteggiò Rachele, così come Mosè. Oggi è Gesù che corteggia una donna.

Un brano ricco di allusioni e di fraintendimenti, tipico delle scene d’amore. Gesù si presenta nella sua umanità, “affaticato per il viaggio”, e solo. Per corteggiare la donna, piuttosto che fare come noi che sfoggiamo il nostro potere e la nostra brillantezza, Cristo si mostra bisognoso, condivide il suo desiderio: «Dammi da bere»

«Come mai tu?» indica proprio lo stupore della donna, la sua distanza culturale, ma anche il suo desiderio di farsi corteggiare. E infatti Gesù fa un salto di qualità nel dialogo, rispondendole: “Se tu conoscessi il dono di Dio…”, un’espressione che se ciascuno di noi ascoltasse con le proprie orecchie dovrebbe perforare il cuore! Noi ci accontentiamo di desideri piccoli, di surrogati, ma se solo conoscessimo questo dono immenso che disseta tutti i nostri desideri, quanto sarebbe bella la nostra vita. E il dialogo fra i due sale di livello, finché Gesù chiama in causa il marito di lei.

«Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui» infatti esprime il livello più alto di desiderio, la pienezza della gioia. Gesù non denuncia la donna, non la condanna, ma attende da lei che risponda all’invito. E lei si svela per ciò che è, una donna sincera. L’espressione «Io non ho marito», nella sua sinteticità e immediatezza, esprime l’insoddisfazione di una intera vita. Quante volte noi “non abbiamo marito”, ma per orgoglio non lo ammettiamo neppure! Forse si allude ai sei idoli di Samaria, il termine stesso “ba‛al” che indica l’idolo indica pure il marito.

Tutti noi, in fondo, viviamo alla ricerca di questi idoli, di questi sei mariti. I primi due, che servono a soddisfare i bisogni più basilari, sono il cibo e il sesso. Mangiare e riprodursi, per gli animali rappresentano l’unica ragione di vita. Su questi due bisogni si fonda quasi tutto il marketing pubblicitario che ci circonda. In alcuni casi, quando si ha la fortuna di avere consapevolezza che questi due desideri non vengono soddisfatti, si passa ad altri due mariti: il sapere e l’arte. Due mariti apparentemente nobili e stupendi, con il rischio che il desiderio di possesso possa distruggere le relazioni e ci porti a un livello di superbia e isolamento. Se la conoscenza e la bellezza non riescono a dissetare il nostro desiderio di pienezza, rischiamo di andare incontro al quinto marito, l’angoscia. L’abisso che nasce dalla ricerca delle vette più alte, che può essere sostituito solo dall’ultimo marito, dalla disperazione.

Proprio la disperazione porta la donna, a mezzogiorno, a cercare ancora acqua al pozzo. Non si tratta quindi di una donna infedele, perché dopo il primo marito sarebbe stata lapidata. Semmai è stata abbandonata da questi mariti, da questi idoli, da questi ba‛al che illudono ogni giorno la nostra vita. E la donna si accorge che Gesù è su un altro livello è ha colto nel centro il suo problema, e dice: «Signore, vedo che tu sei un profeta!». Tutti sapevano che lei aveva avuto sei mariti, ma solo Gesù ha colto in questo un bellissimo desiderio di pienezza.

«Credimi, donna» risponde Gesù, usando questa espressione che in Giovanni è riservata solo alla madre nella scena del matrimonio di Cana e sotto la croce, all’adultera perdonata e alla Maddalena del mattino di Pasqua. Quindi questa samaritana deve essere importante nella vita di Cristo! Non è in un luogo specifico, in un tempio o in una città santa l’incontro con Dio, ma è nel dialogo. Spirito e verità rappresentano la ricerca nei fratelli, nelle sorelle, nella creazione tutta che è parola di Dio. E la donna, cosa fa? Abbandona la sua anfora vuota, e corre piena di gioia ad annunciare alla città. Adorare, in fondo, rimanda al “portare in bocca”, a un senso di fame o alla sete che ha aperto il dialogo tra i due. E l’annuncio della donna porta una intera città a incontrare Dio, nel modo più bello.

Un’ultima nota sull’umiltà della donna: dopo l’annuncio, la gente crede perché incontra Dio, non perché la donna continua a parlare di Dio, “non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo”. Quanto sarebbe efficace la nostra evangelizzazione, se alla fine a essere lodata non sia la nostra riflessione! Questa umiltà esprime lo stile del Cantico di San Francesco, che si conclude con la bellissima espressione: “Cum grande humilitate”. (FF 263). 

Vi auguriamo di cuore una buona domenica

Laudato si’!