(Raffaello Sanzio, Trasfigurazione, Pinacoteca Vaticana, Roma, 1518)

Domenica 1 marzo 2026

II DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A

Commento al Vangelo della domenica

Mt 17,1-9

Prosegue questa domenica il cammino quaresimale verso la Pasqua del Signore, salendo con Gesù sul monte. Cosa vuol dire la trasfigurazione di Cristo nella nostra vita? Tutta la nostra esistenza, se ci pensiamo, è una ricerca del volto di Dio. Quanto desiderio, negli uomini e nelle donne di tutti i tempi, hanno vissuto con questo desiderio! Da Adamo in poi, colui che si nascose al volto di Dio, gli uomini vivono tra la paura di vedere il volto di Dio e il desiderio di dire con Pietro “è bello!”

Nel Vangelo di oggi ascoltiamo la conferma del Padre. La voce dal cielo testimonia, ai discepoli, che è proprio lui “il figlio dell’uomo”, colui che dovrà soffrire, e Dio invita tutti ad ascoltarlo. Il tema non è la Trasfigurazione, tra l’altro lo stesso Matteo non usa neppure questo termine. Questa scena sul Tabor è il punto di conclusione dell’azione creatrice di Dio. Possiamo dire che è la compiutezza del creato. Infatti, “tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi […] aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati”. (Rm 8, 22-24). Con la contemplazione della bellezza di questo volto, è come se tutta la creazione abbia completato questo cammino di desiderio animato dalla speranza.

“In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo”, come spesso succede nel vangelo della domenica, ci perdiamo la collocazione temporale del brano. In realtà, il brano che troviamo nella bibbia ci dice “Circa sei giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé…” questi discorsi, queste parole, in cui Gesù ha detto che è lui “il figlio dell’uomo” e dovrà soffrire per portare la vita. 

Li prende con sé, nella sua intimità, e li porta sul monte, nell’altezza del creato, luogo della sapienza e della preghiera. Il vero luogo della trasfigurazione è la preghiera. Possiamo cambiare il mondo solo se impariamo a “cambiare mondo”, a cambiare sguardo, a educare nel nostro lunedì, nella nostra vita di ogni giorno, questa contemplazione.

Non potendo descrivere il volto, che è “altro”, descrive la veste che è folgore, e descrive attraverso due figure, Mosè espressione della legge e della parola e Elia profeta che mostra l’azione di Dio nella storia. Solo lui è la luce che illumina i nostri volti, se siamo con Dio il nostro volto sarà “sfolgorante”. Sia Mosè, che Elia, non hanno visto la morte, il primo perché ricevette il bacio da Dio, il secondo rapito da un carro di fuoco. Per capire la gloria di Dio dobbiamo ricorrere alla Bibbia. 

Mentre Mosè ed Elia “conversavano con lui” avviene l’intervento curioso di Pietro, molto bello. C’è un momento di dialogo tra Mosè ed Elia con Gesù. La prima reazione del discepolo è lo stupore, “che bello!” che a pensarci bene è l’esclamazione che Dio fa ogni giorno durante la creazione, quando alla fine di ogni atto creativo esclamava sempre “che bello!”. Dice: “Facciamo tre capanne” sembra preludere un po’ al vizio di costruire cattedrali, le tende in ebraico שְׁכִינָה‎ (=“Shekhinah”) richiamano al tabernacolo, al luogo dove si custodisce l’eucarestia. La tenda definitiva è la carne di Gesù. Dio risponde attraverso il creato, attraverso “la nube”, segno di vita, di pioggia che disseta, di luce nella notte dell’esodo, di schermo che ci consente di vedere il sole, segno dell’amore di Dio. 

Nella nube Dio non si può vedere, nel primo comando Dio dice di non farsi immagini. E infatti si sente solo una voce: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Nel suo ascolto, troviamo la risposta del nostro desiderio. Mentre il volto è destinato a mutare, con gli anni rischiamo di non riconoscere amici di lunga data o parenti, la voce rimane la stessa, le parole superano il tempo. Dio è voce. Con la voce crea, con la voce cerca, e l’uomo, se scappa come Adamo, scappa dalla sua voce. Domenica scorsa la quaresima iniziava nel deserto, proprio poco dopo aver sentito una voce dal cielo che diceva: “Tu sei il figlio mio” rivolta a Gesù che in silenzio accoglieva il nostro limite. Adesso, invece, quella voce è rivolta a noi, citando Isaia quando descrive il servo di Jahvé (Is 42), dicendo: “Questi è il figlio mio”. Solo in queste due occasioni, nel vangelo, si ascolta la voce di Dio, ed è curioso vedere come in fondo in entrambe dica la stessa cosa. Come si conclude la trasfigurazione? Con l’ascolto.

“Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo”. La solitudine di Gesù, svanita la nube e la compagnia di Mosè e Elia, ci riporta alla quotidianità del cammino. Bisogna ascoltare il Gesù della croce, colui che poco prima aveva detto che bisognava soffrire, non il Gesù della gloria.

Questa bellezza che splendeva nel Tabor sembra descritta in maniera sublime dalle parole di San Francesco nella perifrasi del Padre Nostro: “Oh santissimo Padre nostro: creatore, redentore, consolatore e salvatore nostro. Che sei nei cieli: negli angeli e nei santi, illuminandoli alla conoscenza, perché tu, Signore, sei luce; infiammandoli all’amore, perché tu, Signore, sei amore; ponendo la tua dimora in loro, e riempiendoli di beatitudine, perché tu, Signore, sei il sommo bene, eterno, dal quale proviene ogni bene e senza il quale non esiste alcun bene”. (FF 266-267). 

Vi auguriamo di cuore una buona domenica

Laudato si’!