(Marcello Silvestri, Beatitudini, Collezione privata, Tarquinia, 1999)

 

Domenica 1 febbraio 2026

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Commento al Vangelo della domenica

Mt 5, 1-12a

Il cammino sui passi della parola della domenica ci offre oggi una delle pagine più conosciute, forse una delle più belle e drammatiche, del vangelo di Matteo. Siamo nel capitolo 5, il contesto del creato cambia dal deserto al monte.

Si tratta di un discorso solenne, probabilmente ripetuto ogni volta che Gesù, con la sua carovana, visitava un nuovo villaggio. Un insegnamento rivolto alle folle, ma anche agli apostoli che ascoltando ogni volta queste parole le scolpivano nel cuore. Il creato ha un valore fondamentale: non ci troviamo “su un monte”, ma “sul monte”, nel luogo che ci avvicina a Dio, nel luogo della fatica e della contemplazione della bellezza. Un discorso che si snoda attraverso otto beatitudini, che sono forse il ritratto più bello di Gesù, perché è anzitutto lui il povero, è lui che è nel pianto, lui il mite, l’affamato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato. Le otto beatitudini sono forse il ritratto di ciascuno di noi, l’augurio di adesione al nostro maestro Gesù. Un brano drammatico, proprio perché rischia di farci capire quanto siamo lontani dalle parole di Gesù.

“In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte”, si tratta di un inizio solenne, con passo cadenzato, una introduzione al discorso scandita da azioni chiare, da un ritmo. Gesù vede le folle, le stesse che pochi versetti prima guariva in giro lungo il suo camminare. Poi “si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli”. La posizione da seduto ci ricorda che è lui il maestro, e noi, se vogliamo essere come i suoi discepoli, ci dobbiamo avvicinare a lui. “Si mise a parlare e insegnava loro dicendo”, apre le sue labbra dopo che noi abbiamo seguito con lo sguardo le sue azioni, sembra quasi che ancora adesso sentiamo il silenzio che verrà interrotto dalla sapienza di Cristo.

Una considerazione sul termine “Beati” che risuona otto volte, oltre alla dedica ai suoi. Una parola che suona come una beffa, se intesa nel suo significati di “fortunati voi!” C’è poco da invidiare a un povero, a un affamato, a una persona triste, come mai dire a loro che sono “beati”? Forse siamo talmente abituati a leggere a messa queste parole, che siamo assuefatti a questo ossimoro! Ma il discorso si snoda tra i termini “Beati” e il termine “perché”. Ciascun “perché” capovolge il senso della beatitudine, completa il senso e offre dignità al povero, all’affamato, al mite. Possiamo dire che “sono beati perché”. La nostra beatitudine sta in un’opportunità, non nella condizione momentanea.

I primi beati sono i “poveri in spirito”, il povero inteso come πτωχός (= “pitocco”), cioè nullatenente, parola vicina al significato di nascondersi, persone che nascondono il volto, invisibili. Quanti poveri popolano le nostre città! Per Dio, come compreso da Francesco di Assisi, non avere “nulla di proprio” è un valore. Il valore della Spogliazione. Dio, con un gesto di kenosis, si spoglia, crea, si mette al servizio dei fratelli, lava loro i piedi. Sono “in spirito” proprio perché umili, perché si può essere poveri, ma arroganti, e ciò non è una beatitudine.

Poi ci sono “quelli che sono nel pianto”, che sono beati adesso non perché afflitti, ma perché “saranno consolati”. La consolazione che arriva da Dio, che è Paraclito, appunto consolatore. Possiamo vivere oggi una beatitudine per ciò che riceveremo da Dio in futuro. Tra presente e futuro, c’è il nostro cammino verso Dio. In questo senso anche “i miti” sono beati oggi, perché da Dio “avranno in eredità la terra”. Il contrario del mite è l’arrogante, colui che si appropria della terra e ne fa ciò che vuole, la distrugge e la usa secondo le sue necessità. Ecco, la promessa bella di beatitudine è che la terra non sarà degli arroganti, ma di chi nel silenzio se ne prende cura, perdendo anche le proprie pretese.

Sono beati “quelli che hanno fame e sete della giustizia”, non la giustizia umana, ma l’elemosina, la condivisione. Quanta fame c’è di condivisione, quante volte viviamo un senso di “ingiustizia”. Così come chi ci mette il cuore nello sguardo verso il fratello, “i misericordiosi” (dal latino “misereor” = ho pietà e “cor – cordis” = cuore), che soffrono per il dolore del fratello, avranno in dono il cuore di Dio! E sono beati “i puri di cuore”, che bello incontrare persone dal cuore puro. Spesso i nostri cuori sono torbidi, un miscuglio di sentimenti, una pozzanghera di fango. E invece, quando un cuore è limpido, ci consente di “vedere Dio”, di riconoscerlo nella sua creazione con l’immediatezza dei bambini.

Le ultime due beatitudini sono un po’ complementari, perché sia “gli operatori di pace” che i “i perseguitati per la giustizia” sono categorie molto vicine, chi cerca di portare pace in fondo vuole ridurre le disuguaglianze, e le guerre. Da ciò si comprende l’ultima beatitudine, rivolta nello specifico agli apostoli, alla nostra amata chiesa: quando tutto ciò che è contrario nel mondo, insulti, persecuzioni, menzogne, cattiverie, malelingue, noi lo riceveremo per causa sua, allora lì sarà la “perfetta letizia”, lì sarà la gioia e la danza. E’ un avvertimento alla chiesa, non usa il presente come per le otto beatitudini, ma il futuro. E la nostra reazione, per essere conformi al nostro maestro, sarà danzare!

Il Signore, in questa domenica, ci faccia il dono di vivere le beatitudini, come stupendamente sintetizzate da Francesco di Assisi, nel Cantico delle Creature: “Beati quelli che l’ sosterrano in pace, ka da te altissimo, sirano incoronati […] Beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda nol farrà male” (FF 263).

Vi auguriamo di cuore buona domenica, accompagnati dalla parola del Signore! 

Laudato si’!